Cyber stupro: la nuova frontiera della violenza sessuale online

Dopo anni di impegno scientifico sul tema ci troviamo, nuovamente, a dover combattere contro i reati di revenge porn e di pornografia minorile, che con e nella rete hanno trovato un’accelerazione davvero preoccupante. È di poche ore fa il caso del gruppo, formatosi sulla piattaforma social Telegram, con l’intento di scambiare, condividere e vendere foto e video a contenuto esplicito di giovani donne, maggiorenni, senza il loro consenso ovvero foto e video di tipo pedopornografico, dal nome “Stupro tua sorella 2.0”.

Tuttavia, questa non è, purtroppo, una novità.
Già nel 2012, negli Stati Uniti, venne affrontata questa problematica con il caso “Bollaert”, il quale venne condannato a 18 anni di reclusione per aver creato il sito “ugotposted”. Su questo sito ex mariti, ex fidanzati, avevano la possibilità di far diffondere le foto ed i video a contenuto sessualmente esplicito delle proprie ex partner ovvero ex mogli in cambio di somme di denaro per scopi vendicativi. Kevin Bollaert fu il primo ad esser condannato per il reato revenge porn, ma non fu l’unico. In quegli stessi anni, siti come questo, si sono moltiplicati in modo epidemico in tutta la rete, come “SeeMyGf” e tanti altri.
In Italia, registriamo nel 2016 un primo caso simile con il gruppo, anche questo proveniente da Telegram, dal nome “CANILE 2.0”. Oggi, dopo soli quattro anni, ci ritroviamo nuovamente catapultati al 2016, in un gruppo che vanta quasi 50.000 iscritti dal nome di “Stupro tua sorella 2.0”. In questo gruppo Telegram si condivide materiale multimediale, quali foto e video principalmente di giovani donne, preso direttamente dai loro profili per coprirle di sprezzanti commenti violenti che incitano all’odio; e ancora, foto e video a contenuto sessualmente esplicito di donne maggiorenni – spesso realizzate in intimità con il partner e destinate a rimanere private – ovvero sottratte o realizzate a sua insaputa, foto e video sessualmente espliciti ritraenti minorenni autoprodotte direttamente da padri molestatori che scelgono di condividere, sotto pagamento, l’intimità delle proprie figlie.

Ciò che più ci sconcerta è che, oltre a attività di scambio e diffusione di materiale a contenuto sessualmente esplicito e di materiale pedopornografico, queste donne vengono date in pasto ad un vero e proprio branco virtuale che inveisce brutalmente contro le vittime incoraggiando all’odio contro le donne e reclamando contenuti sempre più violenti, come video di stupri e di violenze. Ci troviamo dinanzi ad un vero e proprio cyber-stupro: uno stupro basato sull’immagine in cui viene lesa l’intimità della vittima che viene danneggiata e violentata ripetutamente da un pubblico potenzialmente infinito di spettatori che a ogni condivisione perpetrano la violenza, ancora e ancora.

Gli argomenti di interesse criminologico e vittimologico sul tema sono moltissimi uno fra tanti il problema del sexting. È infatti constatato che l’80% delle foto e dei video oggetto di revenge porn sono il frutto del sexting, cioè di quel materiale a contenuto sessualmente esplicito inviato dalla vittima. Questa, spesso, sicura del rapporto fiduciario tra lei ed il partner si presta a tale pratica, erroneamente convinta che il materiale rimarrà privato.
Tutt’altro discorso è quello relativamente alla condotta deviante del sexting con sconosciuti o con conoscenti attraverso le chat, “il nuovo spazio emotivo” (Perrone&Brega, 2019), in cui le vittime protette dall’anonimato, mosse dall’effetto disinibitore di internet ovvero dalla ricerca compulsiva di consensi e di attenzione, si lascia andare a condotte imprudenti.

Ulteriore problema è quello dell’oggettificazione e della sessualizzazione che interessa tanto le vittime quanto gli autori di revenge porn. L’esposizione a contenuti e immagini oggettifficate porta la donna all’auto-oggettificazione ovvero a percepire il proprio corpo unicamente come una merce di scambio. Allo stesso tempo l’esposizione a immagini sessualizzate online la porta a credere che l’essere attraenti e apprezzate sia possibile solo se coincidente con l’esser sexy. Allo stesso tempo il processo di oggettificazione e di sessualizzazione ha influenza sull’autore di tali reati perché porta a pensare al corpo femminile unicamente come un oggetto di intrattenimento, uno strumento utile a soddisfare i propri desideri e le proprie pulsioni sessuali, fino a pensare alla donna come ad un mero oggetto inanimato, oscurando e tagliando il volto, relegandola a porzioni di corpo! Si procede così verso un processo di deumanizzazione della vittima, facilitato in internet dalla perdita della dimensione face-to-face e dalla conseguente smaterializzazione dei rapporti, che incide alterando la percezione delle proprie condotte e la percezione dell’effettivo danno recato alla vittima, nonché sulla capacità empatica di cyber-molestatori, cyber-pedofili e spettatori.

L’esposizione e l’assuefazione ai contenuti violenti è un’altra delle innumerevoli cause che si cela dietro questi comportamenti. La ricerca continua ed irrefrenabile di voler provare forti emozioni attraverso l’esposizione esasperata a contenuti violenti porta al problema dell’assuefazione a tali contenuti: come accade per la sostanza stupefacente, quando l’abitudine raggiungerà un certo livello, il livello di violenza non sarà più sufficiente e si cercheranno contenuti sempre più brutali. La richiesta di video violenti, come quelli di stupro di gruppo e di vessazioni, nell’ultimo gruppo di Telegram, è davvero sconcertante e ci fornisce la giusta dimensione del livello di assuefazione alla violenza online a cui gli utenti sono arrivati. Utenti giovani che vivono una vera e propria normalizzazione della violenza e della pornografia.

Appare interessante analizzare il comportamento di autori di revenge porn, di pornografia minorile e di coloro i quali commentano inveendo contro le vittime inconsapevoli e appoggiano coloro che le sfruttano online nei modi più disparati, sottolineando, ad esempio, che il solo fatto di aver prodotto quel materiale autonomamente e consapevolmente le renda meritevoli di essere denigrate e umiliate. Orbene, questo rientra nel meccanismo di difesa dell’attribuzione della colpa che consiste nel sostenere che la vittima si sia meritata quello che ha subito in virtù dei suoi comportamenti. Le vecchie frasi “se giri vestita così di notte e ti stuprano te la sei cercata” proiettate nella versione digitale sono diventate più o meno: “se fai sexting te lo sei meritato”.
L’agire in gruppo e quindi essere sostenuto nei propri comportamenti criminali da un numero sostenuto e spesso indecifrabile di persone, una comunità che condivide e convalida i comportamenti devianti e criminali del singolo, porta alla facilitazione anche di un altro meccanismo di difesa, ossia quello della diffusione della responsabilità: più saranno i membri del gruppo maggiore sarà la diffusione della responsabilità, ad ognuno rimarrà solo una piccola porzione di colpa che alleggerirà il senso di auto-condanna. In ultima analisi, volendo tirare le fila del complesso fenomeno fin qui descritto, senso appare ormai chiaro quanto la diffusione dei contenuti in Internet sia totalmente incontrollata è incontrollabile e che per prevenire il fenomeno è necessario intervenire prima che il contenuto venga diffuso.

Per questo motivo ci stiamo impegnando con attività di informazione, sensibilizzazione e prevenzione online sul tema, cogliendo positivamente questo periodo di reclusione forzata; periodo in cui l’uso del mezzo Internet e della tecnologia sarà ancora più massivo.
Siamo convinte che mai come in questo momento storico sia importante offrire un’alternativa valida a questi attimi di “noia” vissuta dai nostri ragazzi. Saper gestire la noia formandosi ed informandosi è assolutamente necessario per scongiurare le conseguenze irrimediabili ed irreparabili a cui, purtroppo, molti dei nostri giovani sono arrivati, come vittime e come autori di reato. Le conseguenze di questa pratica sono davvero molto serie, per le vittime ne derivano effetti assolutamente devastanti, paragonabili a quelli di una violenza sessuale tradizionale, per gli autori il rischio è quello di essere condannati, ai sensi dell’art. 612-ter c.p., ad una pena che arriva fino a 6 anni di reclusione sia per i primi distributori del materiale che per coloro, che al fine di creare un danno alla vittima, hanno ri-condiviso successivamente il materiale ricevuto.

Il nostro impegno si traduce in “Pillole cyber” giornaliere, cioè post grafici e mini video di consigli a genitori e ragazzi sul tema, dirette Instagram (come quella andata in onda domenica 21 marzo è quella che andrà in onda il 4 aprile) per informare, sensibilizzare e aiutare eventuali vittime di revenge porn conducendole alla corretta strategia d’intervento ovvero in progetti nelle scuole, medie e superiori, che partiranno dal prossimo anno scolastico.

Il progetto è dinamico, in costante evoluzione, ed è contraddistinto dal nostro hashtag #Prevengeporn – STOP al rifornimento dalle fonti narcisistiche offerte dal web e STOP al rifornimento del bacino di materiale di revenge porn ovvero di materiale pedo pornografico e STOP al cyber-stupro!

Di Giulia Perrone & Roberta Brega

2 commenti
  1. Federica
    Federica dice:

    Ho letto questo articolo tutto d’un fiato poiché ero a conoscenza di quest’argomento ma non ero a conoscenza del fatto che fosse così attuale e,soprattutto, così frequente e così grave.
    Vi ringrazio perché date voce a tutto questo e perché avete spiegato nel dettaglio un tema che dovrebbe avere più rilevanza e soprattutto più attenzione da parte di tutti.

    Rispondi

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